QUANDO NON HAI PIU’ VINO.
QUANDO STA FINENDO LA FESTA.
QUANDO SEI VICINO AL FALLIMENTO.
QUANDO LE PAURE SI STANNO MATERIALIZZANDO.
….IL SEGNO DI CANA….
Quando gli sposi vengono nel mio ufficio per chiedere di potersi sposare mi ritrovo spesso di fronte a chi ha deciso, dopo molto tempo, di fare un passo di cui conoscono l’importanza, ma soprattutto la difficoltà.
In realtà non preoccupa il matrimonio di per sé, perché si tratta di coppie già rodate, con figli a carico e spesso sopra i 30 e anche di parecchio. Il punto non è la vita di coppia, la famiglia e ciò che potrà accadere; sembrano già saperlo, ciò che li preoccupa è il processo che hanno messo in moto, una volta che hanno deciso di sposarsi: la preparazione del giorno più bello della vita.
Tutti partono con l’idea di fare una cosa semplice che non costi troppo, ma poi si è come inghiottiti in un vortice che più nessuno riesce a controllare. Se non sono i genitori, sono i documenti, se i documenti non danno problemi, ci si mette il fioraio o il parrucchiere o il ristorante o i musicisti o l’abito o gli inviti…più si avvicina il giorno più aumenta un’inutile tensione unita alla domanda repressa: “ma chi ce lo ha fatto fare?”.
Poi arriva il giorno e che piova o tiri vento, che la sposa faccia ritardo o il prete la faccia lunga, alla fine il giorno il più delle volte rimane uno dei più belli della vita. Deo gratias!
Il Vangelo di Giovanni, per spiegarci la Gloria di Dio, la sua azione attraente nei confronti di noi uomini, parte da questa immagine: dalla preparazione e dalla consumazione di un banchetto di nozze, in Cana di Galilea. Quasi tutti sappiamo come è andata, sia perché a qualche matrimonio è toccato a tutti andare e questo è uno dei vangeli più gettonati e sia perché il miracolo del vino di Cana è quello che stuzzica maggiormente la nostra fantasia.
Immaginare Gesù che trasforma quasi 500 litri di acqua in buon vino, fa venire molti pensieri e qualche sorriso.
Ma che c’entra una festa in cui tutti alla fine si saranno ubriacati e avranno ballato fino allo sfinimento con l’attrazione divina?
Il testo è uno dei più commentati, anche perché chi l’ha scritto aveva la missione di comunicarci il maggior numero di messaggi nel minor numero di parole possibili. Ne esce fuori un racconto carico di immagini che appaiono vivide e simpatiche, e che intendono essere un segno per chi legge. Rimandare ad un significato che oltre il testo. Si badi bene, però. Non da qualche parte nel cielo o nel passato o nel futuro. Introducendo la metafora delle nozze, della festa, e soprattutto del vino buono, il testo si condanna ad un gioco rischioso. L’opposto di ciò che abbiamo sempre pensato.
Il segno, anzi meglio il simbolo, sembra indicare e promettere un livello superiore che mette in secondo piano ciò che esso stesso racconta. Si legge festa, nozze o vino, ma si intende parlare di altro, della gioia che viene da Dio, dell’unione di Dio con l’uomo, dell’allegrezza della vita spirituale. Ora, se il simbolo viene spezzato, ecco che il racconto perde il suo vigore e la sua forza. Non mantiene ciò che racconta e promette.
Nel momento stesso in cui il testo intende parlare di un vino buono, affermando che si tratti di un vino che arriva lì dove sembra mancare, lì dove altri metterebbero il vino scadente, il testo non solo ci vuole indicare una promessa che Dio compirà da qualche parte nel futuro. Il testo, usando una metafora tanto potente e immediata come quella del vino al palato, ci vuole dire che Dio e il suo potere entrano nel campo delle emozioni più fisiche e chimiche e ci procurano un sapore che non viene meno.
Dio al palato, Dio al tatto, Dio all’olfatto. Dio alla vista e all’udito. I sensi in festa, che non retrocedono mai, sono il segno di una vita eterna. Se il vino è solo quello che berremo un giorno in un luogo chiamato paradiso, si tratta di una nostra interpretazione, ma Giovanni nel suo Vangelo intende dirci altro. Il suo vangelo si procura di contestare e sostituire con una realtà che è presente, che è ora.
Non Mosè ha dato il pane, non Giacobbe l’acqua, non Gerusalemme è il luogo per adorare, non i mercenari hanno dato la loro vita, non il Tempio è la casa di Dio, non il mondo dà la pace. Chi crede in Gesù mangia il pane vivo, non muore in eterno, beve e diventa un fiume di acqua viva, fa del suo corpo il luogo nel quale adorare il Padre, diventa destinatario della pace che il mondo non può dare.
Queste cose se rimangono solo parole diventano una sterile diatriba tra teorie e dottrine religiose. A dire chi ha la religione più vera. Ma il testo parte da una mancanza: non hanno più vino! Non c’è festa! Non c’è gioia! E alla fine non solo la mancanza viene colmata, ma si assiste a qualcosa di impensabile e imprevedibile. Se intende essere segno, questo testo, deve trasmettere in qualche modo ciò che promette. Una religione non deve essere vera a parole, ma con i fatti e con i sapori che lascia in bocca e nei sensi.
Come si fa ad assaggiare questo vino? Che sapore ha questo vino? Come si festeggia a queste nozze?
Questo è un vangelo che ci chiede di entrare. Di fare largo e poi promette di occupare quello spazio in modo sorprendente.
NON HANNO PIU’ VINO. Fai spazio, entra dentro e posizionati nella tua mancanza, nel terrore di un vuoto e di un fallimento. La tua paura e i tuoi presagi. Quello più oscuro che senti dentro di te.
DONNA. C’è una donna, c’è una madre, o una presenza attenta accanto a te o dentro di te che è in grado di andare con fiducia e audacia da Lui e chiedere. Capace di sostenere la sua risposta: CHE C’E’ TRA NOI? Noi poniamo domande a Dio a cui mai sembra rispondere, ma noi rispondiamo alle sue. Che c’è tra me e te? Chiede Gesù. Come rispondi? Non rispondere, anzi, agisci, con un comando, con un’azione. NON STACCARE GLI OCCHI E GLI ORECCHI DA LUI. Marcalo stretto, qualunque cosa dice, tu falla. Anche la cosa più astrusa e impossibile, come riempire d’acqua giare vuote mentre serve il vino. Diventare servi, ci viene detto. Obbedire. Contro ogni evidenza. Piena e cieca fiducia. Proprio quando si è disperati, agire nell’ombra, quando invitati e cucine continuano a gridare che vogliono vino e tu tiri fuori acqua da un pozzo. L’ostinazione del folle è quello che ci viene chiesta per uscire dai nostri fallimenti. Ma, poi c’è bisogno sempre di qualcuno che abbia il coraggio di comandare cose folli e di qualcuno che abbia la follia per obbedirle.
Il sapore del vino nuovo, quello davvero buono, è il sapore di un vino di cui non si conosce la provenienza, di un vino che non abbiamo comprato, che non abbiamo preparato e mercanteggiato. Perché per quanto uno voglia preparare il giorno più bello, fare preparativi e affidarsi ad esperti del settore, il sapore della vita è quello di quando la vita ci fa male, ci mette a soqquadro e ridicolizza i nostri buoni propositi. È il sapore della sorpresa, che non cade dal cielo, ma che è lì nascosta dietro e dentro tutti i tuoi preparativi e i tuoi migliori auguri. E quando quel sapore sopraggiunge e salva ogni cosa, non tutti potranno essere sapienti. Chi conosce la storia di quel vino non è il maestro di tavola e nemmeno gli sposi, lo sanno i servi, angeli di una festa che stava finendo. Loro, con quella Donna e quel Figlio, rimasti dietro le quinte fanno felici i due sposi e i loro invitati.
Il testo allora sta dicendo a chiunque lo legga che il Signore ha dato inizio alla sua ora ed è pronto a manifestare la sua gloria e ad attrarre a sé chiunque lo voglia.
Riesci a sentire il sapore di questa acqua che non fa venire più sete? Di questo vino che arriva verso la fine? È ora! Adesso, qualunque sia il vino che sta finendo. È ora che devi sentire Dio in mezzo alle labbra e sulla lingua. Come un sapore che ti fa sorridere e gioire. Perché se Dio è nel passato e nel futuro, non esiste. Essendo eterno, Lui è sempre presente. Dio è proprio nel tempo che diventa ORA, nel Regno che è prossimo. Gustiamo il sapore di questo vino. Ora, balliamo avidi di sorrisi e di gioia al Dio che alimenta la nostra danza e i nostri giorni più belli.
E chissà se i futuri sposi che verranno nel mio ufficio riusciranno mai ad immaginare che stanno chiedendo un sacramento ad un Dio che li sta invitando a danzare insieme a Lui, ed è pronto a donare da bere. Un vino buonissimo.

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